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I trabocchi ed i Traboccanti

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Traboccanti, gente di terra e di mare, gente semplice di poche parole... ho vogato con loro e goduto del privilegio della prima voga da adolescente - il remo pesava più di me - : io studiavo i loro gesti, i loro movimenti, loro apprezzavano il mio interessamento e si davano un gran da fare a insegnarmi come ruotare i polsi correttamente... gente rude, ruvida ma di grande cuore.
Ho frequentato gl'ultirni grandi traboccanti e ho avvertito il bisogno di riferime le memorie. Ma chi erano i traboccanti e da dove venívano? Nel Mediterraneo non ho mai trovato segni di costruzioni assimilabíle ai trabocchi.
In Italia ho trovato un trabocco a Voltri (GE) in Liguria costruito da un sanvitese, Domenico Verì (di SCIROCCO), e dai nipoti Antonio e Vito Pincione.
Altri tre trabocchi sono stati costruiti nel 1949, nel 1952, e nel 1955 a Castiglione della Pescaia (GR): a Punta della Rocchetta, Punta Capezzola e all'estemo del porto canale, demolito poi per la realizzazione del porto turistico, sempre da tre componenti, della grande famiglia di traboccanti gli "scirocco": Domenico, Tommaso e Nicola Verì. Ho trovato trabocchi costruiti sempre e soltanto dagli stessi, "Scirocco" a: Punta penna, Vasto, Termoli, Lesina, Sannìcandroì Garganico, Rodi, Peschici, oltre, naturalmente, a Ortona, S. Vito, Rocca San Giovanni, Fossacesia e Torino dì Sangro.
Il trabocco è una macchina da pesca all'apparenza complessa, si costituisce di componenti semplici, elementari sottoposti a severa verifica statica e di efficienza quotidianamente; non ha parti inutili o elementi sofisticati; ogni elemento deve rispondere, nella sua essenzialità, a completarsi con altri e coesistere per l'uso a cui il complesso deve rispondere: catturare pesce anche in condizioni ambientali proibitive.
Gabriele D'Annunzio è stato il primo a descriverlo nel "Trionfo della morte" nel soggiorno a San Vito, e, forse nessuno ha mai fatto meglio: «sopra un gruppo di scogli, si protendeva un trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta dì tavole e di travi, simile ad un ragno colossale... su la scogliera nerastra la grande macchina pescatoria composta di tronchi scortecciati, di assi e di gomene, che biancheggiava singolarmente simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano [...] quella grande ossatura sulla scogliera ... »
Maria Burani (NOTA) sulle orme di San Celestino, il papa del grande rifiuto, studente nell'Abazia di San Giovanni In Venere a Fossacesia, parla di trabocchi a quell'epoca (confortata dallo storico locale Alfredo Piccirilli) e di assetto della costa come la vediamo e viviamo noi oggi, dimenticando che l'ultimo distruttivo terremoto risale alla fine del luglio dell'anno 1627.
Il terremoto e successivo maremoto hanno fatto precipitare e sprofondare nel mare gran parte delle colline che fronteggiano il litorale frentano,
La «frentania» è quel territorio compreso tra il fiume Pescara a nord, e il fiume Fortore a sud. I segni dei terremoto sono tuttora leggibili e sotto gli occhi di tutti, la devastazione fu totale: si interrò la scafa sul Sangro, sprofondò il porto di Ortona, si interrò il porto di San Vito, scomparve il porto dì «Vicus Veneris>> (Fossacesia)... .
Si inabissò il porto di Termoli. Tutto quanto costruito sulla costa scomparse per sempre. Il catastrofico terremoto sconvolse anche L'alto tavoliere cancellando definitivamente pure «Fiorentino» (Torremaggiore), ove era morto lo stupor mundi Federico Il di Svevia. Devastazione dei lidi, morte, desolazione. Seguirono pestilenze.
Ed è in questo ambiente senza più presenze umane, nel corrotto Regno delle Due Sicilie assetato di denaro e di braccia, che si. insediano profughi provenienti dalla Francia e dalla Germania, spinti dalla follia delle persecuzioni agli ebrei. In queste famiglie vi erano abilissimi artigiani: fornaciai, metallurgisti, muratori, falegnami ... conoscevano la metallurgia dei metalli nobili e i processi di fusione e di affinazione ... .
Gli artigiani della famiglia di cui ci occupiamo erano abili e espertissimi "fabbri ferrai per la forgiatura degli attrezzi". "Espertissimi addetti ai guadi dei fiumi chiamati "Pontaruoli" per gettare passerelle che le piene si portavano via di continuo e facilitare quindi il transito in tutte le stagioni".
Fra quanti arrivarono in territorio di San Vito Chietino vi erano quattro fratelli giunti dalla Francia con le famiglie.
I discendenti che assunsero il cognome Verì concordemente hanno sempre detto: "siamo venuti dalla Francia naufraghi di un vascello spiaggiato da una mareggiata sulle scogliere di questo tratto di mare Adriatico".
Il nucleo famigliare era composto, da oltre sessanta persone. Si ínsediarono in un ambiente suggestivo e selvaggio che tutelava la piccola comunità. Contemporaneamente un altro nucleo familiare, proveniente dalla Germania, gli Heineken oggi Annecchini, occupa un altro sito adiacente. Il territorio, ricco di vegetazione spontanea mediterranea di grotte naturali acque sorgive a pochissimi metri dal mare, è l'ideale per vivere indisturbati.
Vi sono segni di atropizzazione e di vissuto marinaro della Serenissima Repubblica, vi è acqua in abbondanza, legname di prim' ordine e molte essenze precedentemente coltivate in funzione dell'uso al quale erano destinate nella citta lagunare dominatrice d'Adriatico: cantieristica, costruzioni a terra e in mare e l'alimentazione di forni fusori La grande scoperta: il mare è pescosissimo! Occorre trovare il sistema per sfruttare questa risorsa.
I Verì: rudi, di notevole stazza fisica, fortissimi, audaci, impavidi ma anche rissosi, irascibili, intolleranti, non sapevano navigare ne'nuotare ma erano geniali e abili
"pontieri" e gettarono dei ponti per portarsi in avanti sul mare, ardite passerelle sull'acqua di scoglio in scoglio con impalcati nelle parti più avanzate in mare.
Le prede erano abbondantissime e per catturarle forgiavano arpioni e fiocine. Divennero abili fiocinatori e arpionatori però la cattura era limitata ai periodi di mare calmo e cque limpide, quindi bisognava adoperare le reti per poter pescare anche in acque torbide e mare agitato.
Coltivavano e lavoravano la canapa e il lino (si dice abbiano portato l'arancio e impiantato aranceti), lavoravano il ferro e il legno, avevano legnami a disposizione atti a sostenere carichi elevatissimi e soprattutto erano abili carpentieri e avevano forza lavoro a disposizione.
L'impalcato in legno, iniziale, si arricchisce di altri elementi strutturali, e per conferire maggiore robustezza e rigidità viene controventato con diagonali semplici o con croci di S. Andrea.
Di esperienze in esperienza, per tappe, nasce e si consolida una struttura atta a pescare: "IL TRABOCCO".
Provano a portate fuori impalcato delle travi a cui appendere reti, ma i materiali hanno scarsa resistenza agli agenti atmosferici. Le travi rnarciscono, le funi hanno poca tentuta, le reti devono essere sostitituite frequentemente.
Le reti e i cordami vengono bolliti con corteccia di pino marittimo e con tutte le resine reperibili in natura. Col residuo della bollitura si impregnano le teste delle travi. Un evento muta gli equilibri: la costruzione della ferrovia - 1863 -. Lungo il suo tracciato ci si muove agevolmente, nonostante i divieti, e arrivano importanti novità: nuovi materiali e nuove tecnologie.
La struttura del trabocco comincia a cambiare, diventa più leggera più ardita, i componenti più esili. La ferrovia porta anche piastre, bulloni, dadi, riparelle, chiavarde, materiale d'uso corrente per la manutenzione della linea ferrata, materiali rigidamente protetti dal codice militare di guerra, ma può più una seppia che un moschetto. Intanto dall'Australia è arrivata la robinia. Siamo ad oggi, i trabocchi, ormai, sono solo arredo d'ambiente.
Però... questi personaggi hanno segnato la mia vita... quelle due braccia protese verso l'infinito per un abbraccio ideale ai marinai nel mondo; braccia tese, pronte a ricevere e dare mi hanno altrettanto segnato... I trabocchi! ... I traboccanti.
Sulle scogliere piattaforme sostenute da strutture esili collegate alla terraferma da passerelle, più sogni che strutture affidabili, esposte alla furia delle tempeste, sferzate dai grecali gelidi e dai levantari dalle possenti ondate.
Trabocchi, punti di riferimento di punta in punta di promontori, costruzioni solitarie e inaccessibili capaci di favorire la meditazione e la riflessione, su di essi domina sovrana la pace e il rumoroso silenzio del mare. Trabocchi, fragili zattere aeree aggrrappate a creste e spuntoni di roccia affioranti sospesi fra cielo e mare ove è facile nei silenzi estraniarsi e dare sfogo alle fantasie.
Nelle notte allunate, infiniti nastri d'argento fluttuano, riflessi a pelo d'acqua, sotto la piattaforma e le passerelle che eteree sembrano assecondare i movimenti delle onde; le forme concrete si dissolvono nell'ampio respiro della natura. Uomo - bisogno e natura hanno architettato queste stupende bellezze mantenute incontaminate. conservano ancora il mito della Creazione con l'aspetto mistico ed ignoto. I trabocchi sono patrimonio naturale - ambientale in cui uomo e ambiente sono stati protagonisti di una organizzazione vita - natura frutto di esperienze secolari che è riuscito a sopravvivere.
In questa natura aspra e selvaggia i traboccanti hanno tratto sostentamento rispettando la naturale architettura dei luoghi. I traboccanti pur fruendo gratuitamente del territorio non ne hanno sfruttato intensivamente le opportunità economiche. Il loro fascino non tramonterà mai.

Pietro Cupido

NOTA:
Nel "Manoscritto Marciano" (Manoscritto rinvenuto a Venezia nella biblioteca Marciana) It. V 68 è riportata una biografia di Papa Celestino Quinto - 'Pietro di Angelerio" - scritta in dialetto veneto, a Bergamo, dal "Celestiniano" Stefano Tiraboschi nel 1400, circa cento anni dopo la morte di Celestino Quinto. Del Santo Pontefice dice: 'fato prevede, pia la regola de messer sancto Benedeto e, perseverando al monastero che se giamava Sancto Jane in Veneri, per certo tempo ben istruito de la regola, cum licentia del Abbà vene al monte de muron, apresso a la città de Sulmona ad habitare come heremito." cap. XII pag. 109 di "Misura" fatto sacerdote, prende la regola di San Benedetto e va al Monastero che si chiamava San Giovanni in Venere, dopo un certo tempo ben istruito della regola, con licenza dell'Abate ...
La notizia è che Pietro di Angelerio, il futuro Pontefice "Celestino Quinto" ha trascorso un periodo di tempo a San Giovanni in Venere per completare la sua istruzione. L'Abbazia di S. Giovanni in Venere è in pieno territorio "Frentano'' in Abruzzo, a Fossacesia, a circa trecento metri dal mare su un promontorio che si aggetta sul mare e sovrasta "Vicus Veneris" e domina il mare Adriatico ad Est, Sud-Est; mentre la balconata posta sulla punta del promontorio domina il mare da Nord a Sud-Est.
E' Maria Burani che in "Celestino V Papa - Eremita . E Santo" editrice Città Nuova, 1993, a pagina 56 scrive, romanzando: "più che il mare calmo, che luccicava sotto il sole della tarda mattinata, punteggiata dai trabocchi posti come vedette verso il confine del cielo... "; lei coglie al volo la notizia, da lei stessa riportata e commentata su "MISURA" - Rassegna Trimestrale di Abbruzzesistica, editrice Il "Velino" nr.1 1979 - della presenza di Celestino V a S. Giovanni in Venere, tanto che al suo arrivo gli fa vedere i "trabocchi" sulla costa che, tra l'altro, dal pianoro non si vedono! E'come se Pietro di Angelerio fosse arrivato una mattina del mese di settembre degli anni settanta e fosse andato ad affacciarsi alla staccionata del crinale del promontorio, ad oltre cento metri dall'Abbazia! La notizia del soggiorno, romanzata e attualizzata, ha indotto in errore quanti hanno scritto dopo di Lei che non hanno avuto l'accortezza della verifica, poca dimestichezza e conoscenza dei luoghi e dei manufatti trattati.
Pertanto non vi è fondamento storico e documentale che i trabocchi esistessero all'epoca dei soggiorno di Papa Celestino V "Pietro di Angelerio" in San Giovanni in Venere; l'anno 1240 è un falso storico.

Pietro Cupido